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I riti più antichi e tradizionali sono legati ai festeggiamenti in onore del Santo patrono, “S. Antonio” che nel mese di giugno, si ripetono innumerevoli dimostrando la forte devozione al Santo da parte della comunità; essi sono ricchi di significati ed esemplificativi della tradizione contadina fabriziese.

La più sentita forma di devozione è “la Tridicina”, ovvero il pellegrinaggio che si effettua nei tredici giorni antecedenti la festa del Santo; da tutte le contrade e i paesi limitrofi , numerosi gruppi di pellegrini, prima dell’alba, si incamminano a piedi (alcuni anche scalzi), cantando lodi al vissuto del Santo, per raggiungere la chiesa matrice e prendere parte alla prima funzione religiosa. Durante la “Tridicina” si celebrano altri riti in onore del Santo:” Li Virginiadhi” e “Li rachatiadhi". “

Li Rachatiadhi” è una funzione ricca di tradizione e dimostra il grande senso di devozione al Santo: il pellegrino giunto innanzi al portone della Chiesa si mette in ginocchio e “si racha” (striscia) sino alla Statua, posta ai piedi dell’altare, e ripete il rito per tredici volte consecutive.

“Li virginiadhi” è il rito con il quale si ringrazia S. Antonio per una grazia ricevuta, organizzando un pranzo i cui commensali siano 13 ragazze nubili ("li virginiadhi") e due ragazzi celibi ("li bambiniadhi"). La tradizione si rifà alle antiche usanze dei contadini che, con enormi sacrifici, sostenevano rilevanti spese per allestire tale pranzo. Vengono infatti preparate e servite 13 diverse pietanze che devono essere completamente degustate dai commensali, (il ricorrere del numero 13 sta a simboleggiare il giorno della dipartita del santo).

Questo pranzo si conclude, oggi come allora, con l’offerta agli invitati di un dolce fatto in casa, “lu biscuattu”. La padrona di casa offre tale dolce posta in ginocchio sulla soglia, e riceve i ringraziamenti da parte degli ospiti con un bacio sulla mano e con una frase: “Sant’ Antuani mu vi l’aggradiscia” ovvero che S.Antonio gradisca tale atto di devozione e abbia a ben volere la casa. Durante i giorni di festa molto seguita è la processione del sabato. Questa funzione che lega in se un misto di sacro e profano, si rifà ad una antica leggenda che narra del modo in cui la Statua, oggi esistente, arrivò nella località.

Anticamente non si venerava S. Antonio ma S. Vito. La devozione verso il Santo nasce appunto da questa leggenda. Verso la fine dell’egemonia spagnola vi fu l’avvento del dominio francese, che non vedeva di buon occhio tutto ciò che aveva a che fare con la religione. Nelle loro campagne di conquista i francesi, quando incontravano gruppi religiosi molto legati alle loro tradizioni spesso per redimerli saccheggiavano e depredavano i loro luoghi di culto.

In una di queste azioni un plotone di soldati trafugò la preziosa Statua lignea che raffigurava il Santo, ma trovandosi di passaggio in queste località fu attaccato e messo in fuga da un gruppo di briganti. I soldati francesi, presi alla sprovvista, lasciarono tutti i beni depredati e si diedero alla fuga. Nell' appropriarsi dei tesori, i briganti scorsero una cassa di legno in cui era contenuta la Statua del Santo che li stupì e li intimorì e, non sapendo cosa farne, la lasciarono nello stesso posto della razzia, ubicato sopra le poche abitazioni dei pastori che all’epoca formavano l’abitato. Poco dopo, avvertito il monsignore della presenza della Statua, gli abitanti lì radunatisi iniziarono a venerarla e ad accoglierla come un messaggio ben augurante.

Ora, nel luogo di quel ritrovamento, vi è eretta una effigie in bronzo raffigurante S. Antonio, e leggenda vuole che se non si effettua una processione in questo luogo il sabato della festa, durante quella della domenica, di fronte alla piazza dove è ubicato il monumento , la statua diventi pesantissima e non si può più proseguire. Questo rito è perpetuato di anno in anno, aggiungendo al misticismo religioso un pizzico di leggenda. Un altro rito è quello di donare come ex voto “li mastazzola”

(mostaccioli al miele). Questo dolce tipico, spesso riproduce sembianze di arti umani (a volte anche animali), che vengono donati al Santo per ringraziarlo di una grazia ricevuta. Alla fine della processione che si effettua l’ultimo giorno di festa e che percorre tutte le vie del paese, si fanno “l’Incanti”.

Il rito rappresenta una vera e propria asta, dove prodotti locali, donati dai fedeli (dolci, salumi, formaggi), vengono acquistati dai presenti. In piazza di fronte alla chiesa, vi è un banditore che fa vedere la forma e la grandezza del prodotto e i numerosi presenti danno inizio all’asta, il cui ricavato viene devoluto per il fabbisogno della chiesa.